Ogni scritto che intenda affrontare un serio discorso sull’arte visiva, ha bisogno di una fondamentale premessa: “(…) il rapporto da linguaggio a pittura  è un rapporto infinito. Non che la parola sia imperfetta e, di fronte al visibile, in una carenza che si sforzerebbe invano di colmare. Essi sono irriducibili l’uno all’altra: (…)

                                                                   Michel Foucault – “Le parole e le cose” 1966

 

Caro Zuccaro, permetti così di iniziare quest’approssimazione critica sul tuo lavoro, su di te che insieme sei allievo e maestro, da me, problematico artista e sciatto scrivano.

I primi lavori che ricordo aver visto, risalgono al tempo dell’accademia, quando insieme a Puglisi e Lucia Ragusa, dipingevate in cima alle scale; l’angusto spazio, le difficoltà economiche e una grande commovente sete di conoscenza.

Di quei tempi, possiedo un piccolo olio che, oggi, ritengo possa essere traccia iniziale per un discorso che voglia aprirsi alla ricerca intrapresa. In questo quadro del 1990 “Albero”, possono essere identificate alcune interessanti strutture-base di relazione con il successivo lavoro di Zuccaro e che, ha spinto, la mia conoscenza attiva e, a tuttora, una qualche progettazione critica.

In quest’opera, “l’albero-natura” è ancora centro visibile, “tangibilità evasiva”, ma centro; punto di riferimento e provocazione.Pur in una mistica diversa e assoluta, questo problema, tra vero e possibile ideale, tra emozione e sintesi formale è riferibile a molti artisti ma sicuramente, sottraendogli quel particolare “colore Mediterraneo” appartiene a Piet Mondrian  alle sue sintesi analitiche degli alberi degli anni intorno al 1910; guardando poi le successive opere mi chiedevo se quelle “inquadrature”, quelle linee razionali, freno e concetto morale equilibrio e contenimento di colori limpidi, primari, altro non fossero che quei rinsecchiti rami contro il cielo.

Ecco, queste opere di Zuccaro di quel periodo, vanno perdendo quella connotazione “albero-simbolo” visibile, per tradursi in un via, via nel tempo, in “altro da se”. Zuccaro immette in quella definizione pittorica accertata, alcune apparenti divagazioni, alcune modifiche spaziali, identità della memoria e del sentimento. Immette e di fatto trasforma, evadendo, la struttura accertata e primaria. Egli produce una “violenza armonica” sulle garanzie acquisite e su se stesso. Formula presupposti antitetici, spinge oltre il controllabile, casualizza, suggerisce “altro” da quello che, comunque, rimane e rimarrà irriducibile, punto di riferimento “classico” inalterabile (Albero-natura?). Caricando l’opera di “significanze”, di fatto sottraiamo al soggetto rappresentato il suo “assoluto definito”, precipitandolo nella sospensione, nell’incertezza nel dubbio. Zuccaro sa bene, che quel fascino primitivo, quella necessità di altro da “lui”, è il punto referente per le opere successive. Così vanno evidenziandosi problemi già “risolti” nelle prime opere: la necessità di definire una forma-spazio che vada a chiudersi all’interno della tela grezza non dipinta, come un appiattimento prospettico, un’isola contornata dal vuoto. Un vuoto che contiene una forma, una forma, una forma-macchia densa di rivoli acquosi, segni e strade, percorsi sotterranei, tensioni; questo “colore ragione” spietato e semplice. Cedono particelle di colore autunnale.

Una morfologia geografica e animale, una presenza strutturale, architettonica. Per alcune soluzioni, penso alle sculture di Consagra. Ora, le opere, sottratte all’analisi e all’approssimazione critica, (non necessaria), mi appaiono per la bellezza che emanano, un groviglio di linee colore, una tangibilità fisica, tattile, lo spessore gioioso e sensuale della materia e insieme questo agglomerato sconosciuto e improprio; il vuoto ancora vuoto, i bruni, le ocre, i rosa, i verdi: il sottobosco, le foglie in decomposizione, quasi una percezione olfattiva, masse di colore e di memorie lontane, struggenti; alle quali concorrono i ricordi sovrapposti delle opere di Morlotti, delle quali Zuccaro è stato attento lettore e ancora le colature e apprensioni di colore acido, i grumi, osservate direttamente nello studio di Attilio Forgioli. Memoria e disfacimento, certezze e impotenze, questa è la ricerca e questi alcuni compagni di strada. Non ingannino, la “prova”, l’esuberanza, la gioiosità festosa, il gesto tentato; sotto quel groviglio di colore, rimane intatta una coscienza, una durezza critica, una presenza taciuta, implicita alla ricerca.

Tra queste ultimissime opere, alcuni bei “Giardini”, un reticolato appena percepito, dove sono intrappolati grumi di colori, violetti, freddi azzurrini, verdi smeraldi e all’interno di alcune soluzioni “chimiche”, il recupero di alcuni giallastri color foglia. Disarmanti.

Questo sotterraneo reticolo, come crocevia, trattiene una natura prorompente, cedimenti e tensioni che ripropongono alla memoria quell’”albero-natura” sul quale iniziammo il discorso. È bello, perché di nuovo ripropone, e chissà per quanto ancora (per la vita?) un ritornello che è poi il problema di fondo: battaglie, vittorie e conquiste, audaci intuizioni, mortificazioni e sconfitte, verità e menzogna … da rimettere in gioco il giorno dopo. Una volta scrissi: cerco l’assoluto che abbia radici.

 Franco Sarnari

(In Piero Zuccaro, 1994, Galleria, La Porta Rossa, Catania)