{"id":2355,"date":"1997-09-14T14:14:10","date_gmt":"1997-09-14T12:14:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pierozuccaro.it\/site\/?p=2355"},"modified":"2023-01-18T17:07:39","modified_gmt":"2023-01-18T16:07:39","slug":"giuffre-guido-2004-piero-zuccaro-opere-1997-2004","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pierozuccaro.it\/site\/1997\/09\/14\/giuffre-guido-2004-piero-zuccaro-opere-1997-2004\/","title":{"rendered":"Giuffr\u00e8 Guido 2004 Piero Zuccaro Opere 1997 &#8211; 2004"},"content":{"rendered":"<p>\u201c(&#8230;) l\u2019architettura diviene cos\u00ec sostanza instabile, imponderabile, oscillante, i muri costruiti di tremule iridescenze, marmi che assumono la natura dell\u2019acqua, figure umane rarefatte in fantasmi (&#8230;)\u201d, cos\u00ec Marcel Brion una decina d\u2019anni prima che Pietro Zuccaro nascesse. A quel tempo si teorizzava ancora sulla pittura astratta e lo studioso francese, dopo aver tracciato il percorso di Nicolas de Stael (\u201c\u00c8 morto per aver troppo amato il sogno di una materia spirituale in cui il mondo potesse essere ancora presente e riconoscibile &#8230;\u201d), indugiava appunto, in quel testo, sullo sfuggente equilibrio fra realt\u00e0 e astrazione. Zuccaro ama la pittura di de Stael; ne ha appena visitato l\u2019antologica parigina e la sua stessa pittura dice quanto il francese (soprattutto nel lavoro degli anni 1946-1948) lo abbia intrigato. de Stael non era tutto in quello scorcio di decennio (anche se in consonanza con altri pittori della multiforme Scuola di Parigi \u2013 Riopelle, a far qualche nome, Lanskoy, Vieira da Silva, Bazaine \u2013 egli viveva allora il momento forse pi\u00f9 alto della sua breve parabola); essenziali alla sua poetica sono anche la levit\u00e0, la rarefazione, gli sfinimenti degli ultimi anni, quando correggendo il tiro egli scriveva: \u201cso cos\u2019\u00e8 la mia pittura al di l\u00e0 delle sue apparenze, della violenza, (&#8230;) \u00e8 una cosa fragile nel senso del buono, del sublime, fragile come l\u2019amore&#8230;\u201d.<\/p>\n<p>Zuccaro, a voler mantenere il vago riferimento al pittore francese, ne rappresenta semmai la sintesi: il gusto della materia, di cui tanti hanno comprensibilmente ribadito la matrice informale, e insieme la componente aerea, liquida, lievitante. Sintesi che tuttavia non resta estranea sia agli argomenti di Brion citati all\u2019inizio \u2013 sorprendenti per la puntuale rispondenza alla pittura di Zuccaro \u2013 sia ai temi di tanta letteratura sull\u2019astrattismo da un secolo a questa parte. Lo stesso pittore, senza farne problema, del problema tocca il cuore col suo stesso metodo di lavoro. Egli infatti non muove che da cosa vista, gli urge non soltanto l\u2019emozione ma lo sguardo: la fontana, la chiesa, il volo dei colombi, la sequenza filmica di una donna caduta; e di ci\u00f2 che vede conserva memoria in uno schizzo o in una fotografia, che sono poi tramite fra la prima emozione e l\u2019immagine che ne nasce. \u00c8 procedimento diverso da quello della generalit\u00e0 dei pittori astratti o informali, che pure tanto lo intrigano.<\/p>\n<p>Anche se siamo catturati al primo sguardo dalla malia dell\u2019impianto cromatico \u00e8 difficile \u2013 conti molto o poco \u2013 non chiedersi quanto nell\u2019immagine permanga del soggetto da cui l\u2019artista ha preso le mosse. Sappiamo che di esso, sulla tela, \u00e8 stato pi\u00f9 o meno fedelmente tracciato il disegno prima che la massa cromatica lo rifondesse nel suo magma: e il titolo \u2013 fontana, fiori d\u2019acqua, figura \u2013 vi fa esplicito riferimento. Una <em>Figura<\/em> di quest\u2019anno pu\u00f2 aiutarci evidenziando, non fosse altro, una squisitezza cromatica che, di lontana origine impressionista, ha permeato i versanti pi\u00f9 diversi della pittura novecentesca, informale compreso. Non Pollock ma Fautrier, non Kline ma de Stael (basterebbero certe pagine commosse di Pierre Lecuire sui grigi del francese), fino all\u2019iconoclasta Bacon, che filtrava tanti dei suoi veleni da Renoir o da Matisse. Il colore di Zuccaro, non soltanto nella figura citata, della quale egli dichiara il vago riferimento bonnardiano, \u00e8 di matrice francese. Bonnard aveva dipinto il celebre <em>Nudo nella vasca da bagno<\/em> del Museo del Petit Palais piuttosto tardi, nel 1936, raccogliendovi il nettare delle sue quintessenze cromatiche e miracolosamente sposando nostalgie impressioniste e simboliste, da Monet a Redon. Non era questo ovviamente l\u2019intento di Zuccaro, n\u00e9 sappiamo quali mutamenti nel suo processo mentale e operativo produca il passaggio dal soggetto di natura (fiori, acqua, architettura) alla \u2013 peraltro infrequente \u2013 figura umana. Certo l\u2019eco delle struggenti malinconie di Bonnard, sulla cui modernit\u00e0 Jean Clair ha speso parole acute, \u2013 e con le malinconie le malie, le briglie sciolte del colorismo pi\u00f9 raffinato \u2013 nel catanese sono evidenti. Ma ancora una volta soccorre il pi\u00f9 volte citato de Stael, un cui tardo <em>Nudo in piedi<\/em> nella <em>Figura<\/em> di Zuccaro, consapevolmente o no, \u00e8 almeno altrettanto presente.<\/p>\n<p>La tela di de Stael (collezione privata di Zurigo) \u00e8 del 1953, anno di lunghi viaggi e in cui l\u2019artista scriveva al gi\u00e0 citato Lecuire: \u201cnon ci sono che due cose valide in arte: la folgorazione dell\u2019autorit\u00e0 e quella dell\u2019esitazione\u201d; e lui, a due anni dalla tragica morte, le conosceva e le realizzava entrambe. La pigmentazione del nudo bonnardiano, quanto che sia corposa, \u00e8 trascolorante, opalescente, iridescente, e l\u2019artista stravinse la scommessa della trasognata fantasmagoria che avvolge l\u2019incantevole giovane corpo. Il colore di de Stael al paragone \u00e8 statico e sordo, cementato con la cazzuola, ma gli interni, sepolti succhi che lo nutrono non sono meno cocenti e struggenti. E tornano le parole di Lecuire: \u201cNon ci sarebbe luce in questa pittura, non atmosfera n\u00e9 trasparenza, l\u2019occhio sarebbe sigillo nel cemento, l\u2019aria non circolerebbe, non ci sarebbe felicit\u00e0 possibile se non ci fossero i famosi grigi\u201d: quei grigi lunari al cui contatto, nel <em>Nudo in piedi<\/em>, le ocre e le garanze sanguinano.<\/p>\n<p>La pittura di Zuccaro per maturit\u00e0 d\u2019artista ben conosce tutto ci\u00f2. La <em>Figura<\/em> di cui s\u2019\u00e8 detto rassoda la pasta cromatica e fonde le grasse pennellate in stesure pi\u00f9 compatte, nasconde e sembra murare ogni varco, ma le modulazioni cromatiche si sono fatte ancora pi\u00f9 sottili, e quelle stesure sono spazio d\u2019aria, d\u2019acqua, di carne trepidante.<\/p>\n<p>Da quanto si viene dicendo la questione dell\u2019astrattismo di Zuccaro appare risolta nel senso dell\u2019essenziale, costitutivo legame col reale; lui stesso ribadisce l\u2019apporto imprescindibile dell\u2019esperienza anche visiva nella visione poetica. Ma quella dell\u2019astrattismo rischia d\u2019essere questione di lana caprina. Mondrian \u00e8 astratto come Rothko? Burri come Dorazio? Quando Kandinskij \u00e8 davvero astratto? E rileva, la risposta a questi interrogativi, per l\u2019arte di ciascuno? Zuccaro per suo conto astratto non \u00e8 mai. I tocchi corposi di colore, deposti col grosso pennello o modellati con la stecca quasi in bassorilievo, non mimano gli spruzzi d\u2019acqua della <em>Fontana<\/em> n\u00e9 le statue che la ornano; non vi alludono, eppure le rivivono e ne sono imbevuti. In una pittura saporosa che bene ha compreso e assimilato il pi\u00f9 raffinato colorismo europeo del Novecento, quei tocchi grumosi \u2013 in un\u2019orgia tuttavia lieve come un alito \u2013 s\u2019inseguono luminosi, ariosi e liquidi. Cos\u00ec i <em>Fiori d\u2019acqua<\/em> fluttuano tra gli echi, le pause e le concrezioni di un\u2019infinita, imprendibile gamma di cobalti, ignari compagni, immersi, affioranti, di un\u2019invisibile Ofelia.<\/p>\n<p>La struttura di quest\u2019ultima immagine d\u00e0 conto di un ancoraggio compositivo (qui il latente reticolato di diagonali incrociate) che nella pittura di Zuccaro a prima vista potrebbe sfuggire. Non \u00e8 l\u2019eco di tanta, di troppa geometria astrattista di vaga estrazione mondrianiana; nell\u2019invincibile rapporto col soggetto Zuccaro procede sulla scorta di sue proprie, salde esigenze formali: latamente definite nel primo tracciato, apparentemente travolte dall\u2019irrompere della miriade di segni colorati che all\u2019immagine fanno da base, e infine celato supporto, strutturante e costitutivo, della versione finale. Ma l\u2019esigenza formale non \u00e8 altro dalla visione stessa; essa fa corpo con l\u2019inesauribile linfa che nutre e colma di umori il colore, con la felicit\u00e0 del tocco, la libert\u00e0, l\u2019inventiva, la cultura dell\u2019artista. Zuccaro non si affida mai al caso, eppure non calcola mai, non programma; segue d\u2019istinto il dialogo serrato con l\u2019immagine che si viene formando, stretto all\u2019emozione che dalla prima pennellata lo accompagna all\u2019ultima.<\/p>\n<p>Una bellissima tela sui <em>Girasoli<\/em>, la pi\u00f9 ampia tra quelle in mostra, pone la questione del riferimento a Morlotti, il cui lavoro certamente Zuccaro apprezza ma dalla cui poetica si discosta non poco. Non soltanto i trascorsi picassiani del grande lombardo, ma il suo stesso approccio al mondo e all\u2019immagine, la materia aspra, rasciugata di umori che non siano di un tempo immemore, remoto da ogni quotidianit\u00e0 \u2013 non appartengono a Zuccaro, che non a caso sente ancora quel retaggio impressionista che non \u00e8 mai stato di Morlotti. Tuttavia tra quanti girasoli fioriscono nella pittura europea (e il ricordo dei pi\u00f9 celebri fra tutti non pu\u00f2 essere estraneo a chiunque ancora vi si dedichi) \u00e8 in questi di Morlotti che quelli di Zuccaro trovano riscontro segreto, comunque il lombardo li chiamasse: rose o sterpi, calendole o teschi. La linfa scorre ancora nei fiori del catanese, il magma che li ingloba ne \u00e8 intriso: cos\u00ec come dell\u2019inesauribile polla che fresca come la giovinezza dell\u2019artista ne nutre tutta la pittura, e del velo sottile di malinconia riverberante sulle ocre venate di azzurri, di rosa, di trepide inafferrabili attese.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<em>Guido Giuffr\u00e8<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>(In Piero Zuccaro,Opere 1997-2004,salarchi immagini) <\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201c(&#8230;) l\u2019architettura diviene cos\u00ec sostanza instabile, imponderabile, oscillante, i muri costruiti di tremule iridescenze, marmi che assumono la natura dell\u2019acqua, figure umane rarefatte in fantasmi (&#8230;)\u201d, cos\u00ec Marcel Brion una decina d\u2019anni prima che Pietro Zuccaro nascesse. 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