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LA MEMORIA DELL'ACQUA E DELLE SABBIE
di Lorenzo Canova

 
Dai naufraghi della Coppa di Nestore all’orizzonte escatologico dell’Isola dei morti, dalla contemplazione del Monaco in riva al mare ai velieri delle Piazze d’Italia, fino agli oceani dei ritornanti di Bill Viola, nella storia dell’arte la rappresentazione dell’acqua e del mare, inteso come luogo fisico e metaforico, costituisce uno dei territori di confronto più enigmatici, sviluppato attraverso una storia complessa dall’immenso valore simbolico. Cogliere il mare, la sua mutevolezza e la sua incertezza che da millenni affascinano e minacciano i viaggiatori e i naviganti è dunque una delle sfide più impervie con cui si sono confrontati molti artisti che hanno cercato di penetrare il mistero di quella superficie allo stesso tempo immobile e metamorfica. Non a caso, l’importanza simbolica di questo confronto è stata intuita anche da molti artisti attivi nel campo del video, nelle cui opere la fluidità delle acque può essere interpretata anche come una metafora eloquente dello scorrere delle immagini sul monitor e della potenza allusiva di una tecnologia che inizialmente appariva destinata a sostituire il linguaggio pittorico ma che oggi è legata alle tecniche più antiche in un dialogo di reciproco rafforzamento.

Il lavoro di Piero Zuccaro appare come il frutto di una riflessione su questi importanti precedenti, impostata tuttavia con una visione del tutto personale che non dimentica le indagini sulla materia pittorica e la forza tattile della costruzione cromatica di una certa astrazione che conserva però una lontana radice iconica. Zuccaro in questo modo si colloca consapevolmente in un contesto internazionale che trova ad esempio rispondenze in parallele esperienze britanniche o tedesche mediante una concezione della pittura che si serve di spunti diversi per creare la novità delle sue proposizioni. L’artista, non casualmente, attraversa e rilegge molte esperienze dell’arte che lo ha preceduto, con una volontà che trova molti punti di contatto con la pittura, la fotografia o i video di suoi coetanei che usano ispirazioni tratte dalla storia e dal presente per dare forma a messaggi di composita intensità. Così la volontà di sconfinamento e di apertura che si intuisce nella tattile e lieve tridimensionalità delle superfici pittoriche di Zuccaro è proseguita in modo non fortuito nelle sue sperimentazioni video, un significativo ampliamento del suo lavoro pittorico che l’artista ha intrapreso di recente per rafforzare il senso del suo lavoro. In questa volontà il pittore prosegue la strada di maestri come Piero Guccione e Franco Sarnari che in modi diversi hanno dedicato molte opere al mare letto allo stesso tempo liricamente e analiticamente nella sua struttura immobile e “architettonica” di linee e di correnti o nell’impeto di un’onda bloccata ed esaminata nello spazio dell’immagine. Guccione e Sarnari hanno tra l’altro dialogato in modo autonomo e propositivo con lo strumento fotografico per isolare parti visive utili alle analisi del fare pittorico molto prossime a quelle di una certa pittura aniconica, come quella di Robert Ryman, di Claudio Verna o Carlo Battaglia, pittore analitico del mare amico di Mark Rothko. Muovendo da questi presupposti, la ricerca di Zuccaro ha raggiunto la maturità personale di una pittura la cui frammentazione ci parla di una realtà afferrabile e condivisa nonostante l’apparente struttura non figurativa dei dipinti. L’addensamento dei frammenti pittorici costruisce quindi una struttura di segni di ermetica eloquenza attraverso la quale l’autore riesce a penetrare materie e spazi apparentemente privi di forma ma che nella loro presenza sfuggente appaiono come una elaborata metafora della complessità del divenire. In un certo senso la visione di Zuccaro può essere considerata solo parzialmente astratta: la sua opera infatti appare come il tentativo di rappresentare concretamente i moti segreti del mare, le torsioni e le separazioni, le energie e le metamorfosi luministiche e cromatiche che formano l’enigma delle acque e delle correnti. Il pittore utilizza dunque un punto di vista affine a quello che può avere una sonda che esplora il corpo umano dall’interno, uno sguardo calato nella profondità del corpo vivente e mutevole del mare che prende forma negli addensamenti, nelle increspature e nei rigonfiamenti della materia cromatica che ricrea la sua sostanza inafferrabile.

Zuccaro con gli strumenti della pittura cerca forse di parafrasare allo stesso tempo il flusso e l’immobilità delle acque e dell’oceano, simboli archetipi e dialettici del tempo e della sua negazione, dello scorrere delle ore e dei giorni e dell’eternità di un presente senza passato né futuro.

Il pittore sembra chiedersi quale messaggio sia imprigionato nelle correnti che forgiano la superficie e le profondità del mare, nei sentieri tracciati nei fondali. Il celato intendimento di Zuccaro può essere allora quello di compiere un percorso a ritroso nella materia vivente di acque e di sabbie dove si concentrano frammenti di memoria, brandelli dispersi di un’anamnesi che ritrova il suo significato nei moti e nelle fissità di abissi oltre il cui confine si può ritrovare un centro simbolico calato nella zona prossima e mai del tutto raggiungibile del profondo.

Questa immersione in spazi non soltanto fisici ma anche emblematicamente evocativi di un altrove metaforico delinea un viaggio che il pittore intraprende seguendo una linea impercettibile composta da orme d’acqua, da segni liquidi che si accumulano nel sentiero tortuoso di un tragitto a ritroso dalle regioni della luce fino ai territori dell’ombra. Come in un crepuscolo interiore, lentamente le tenebre si addensano nel cuore della pittura partendo da minime particelle di nero e di grigio che si accostano agli azzurri e ai grumi di luce più intensa, agli ultimi bagliori che risplendono nella gloria dei carnicini, delle ocre chiare e dei gialli di Napoli bruciando effimeri e duraturi nella tessitura del blu e delle sue declinazioni più lievi che si spingono fino alle soglie cerulee della sera. Il mosaico delle particelle del colore lentamente tocca vibrazioni perlacee, si apre alla presenza dei bruni che s’incuneano e penetrano al centro della pittura come un virus inoculato in un corpo che sta per trasformarsi completamente nella sua essenza fisica e nella sua presenza vitale. Le orme d’acqua si fanno sempre più dense e rugose, fosche e aggrumate concrezioni di quel mare notturno e minaccioso che lambisce, insidia e mette in crisi la coscienza quando si entra nelle caverne segrete dell’anima. Questo oceano bituminoso, queste correnti di pece spinte dalle lente acque dell’oblio avanzano così come una lenta disgregazione, un’erosione costante che s’insinua dal profondo scoperchiando le sue carcasse e le sue spoglie, i relitti di un abisso che i nostri occhi non hanno mai conosciuto e che possiamo scoprire solo nell’assenza e nel buio, quando il nostro sguardo smarrito nei meandri di una labile dimenticanza ritrova memorie lontane e perdute vagando inquieto nei labirinti liquidi del sogno.

 
   di Piero Guccione    di Lorenzo Canova    di Helmut Friedel    
 
 
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